Camminare insieme

Il secondo richiamo fattoci dal papa nel discorso al Meeting è quello di un’unità armonica, che nasce dall’amare e dal seguire la Chiesa. Il Papa ha insistito sul fatto che l’unità è un’armonia che valorizza le differenze e le mette in relazione. E la missione non è un’attività da aggiungere alla vita, ma è il modo con cui si vive la fede: un amore alla Chiesa e al mondo così come sono, senza paura delle loro contraddizioni.


E' in questa prospettiva che, nella parte finale del discorso, dopo aver ripetuto due volte l’invito ad amare la Chiesa, il Papa ha sottolineato «la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa»: 
«Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé».
«In questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse (e...) la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a «imparare ad ascoltarci a vicenda», un ascolto vero, gli uni degli altri: «Vi invito a fare questa l’esperienza del “camminare insieme”: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo».29  E ancora: 
«Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo, che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo». E ciò ha a che fare anche di chi guida: «Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia».29
Come è preziosa la diversità che ciascuno di noi porta all’espressione del carisma, per il fatto stesso di avere un temperamento, una vocazione e una libertà irriducibili!  Ognuno di noi vive, infatti, la responsabilità del carisma, che gli è stato dato di partecipare, attraverso l’unicità e la concretezza della sua persona.
La partecipazione al carisma che abbiamo incontrato, ci fa sempre più desiderare di contribuire all’incremento della sua fecondità , e ci fa amare la strada comune, cercando sempre il paragone con chi è chiamato a guidare l’esperienza del movimento. Dall’altra parte, il servizio di chi guida, dentro una condivisione e una corresponsabilità, è proprio quello di onorare le diversità e facilitarne l’armonia, a vantaggio dell’intera comunione.37

Non cadiamo nell'equivoco: quando la nostra diversità, invece di diventare un contributo alla comunione, si trasforma (anche se in modo inconsapevole) in un progetto personale che tende a prendere il sopravvento, l’esito è che ci si ritrova a seguire più la propria idea che la strada comune, a sottrarsi al paragone, a non lasciarsi accompagnare. In questi casi la diversità smette di generare armonia e comincia a produrre una dissonanza e a generare divisione. E' una tentazione che tutti possiamo avere, e che provoca dolore, perciò non stanchiamoci di essere vigilanti e di aiutarci a camminare insieme, ascoltandoci con un ascolto vero e correggendoci a vicenda.
Comunione, missione e ascolto reciproco documentano una novità di vita, ricevuta  e  desiderata,   frutto della presenza di Cristo come radice, e della nostra libertà come riconoscimento e consenso.
«In quest’epoca travagliata, questo stile costituisce un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile». Non è impossibile: «Saprete farlo sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il movimento,  con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto  e con il Successore di Pietro».
Abbiamo quindi un percorso impegnativo e allo stesso tempo entusiasmante. L’autocoscienza nuova, che fiorisce in missione e in ascolto reciproco, non è un dato acquisito una volta per sempre38, ma implica una disponibilità d’animo, una povertà di cuore, una umiltà profonda, e un’educazione permanente. È un cammino mai concluso, perché si può facilmente riscivolare nella mentalità comune, tale e quale a quella di tutti gli altri. L’autocoscienza va perciò continuamente ridestata, sollecitata, corretta, e questo accade attraverso la comunità, il cammino che essa propone:
«È proprio un circolo vizioso provvidenziale: è attraverso la comunità che siamo nati ed è nella comunità che ci edifichiamo. Edificazione non di cose, ma di te, di questa autocoscienza».39
L’autocoscienza nuova, infatti, non cresce per quello che capiamo noi (grazie a Dio, altrimenti sarebbe riservata ai più intelligenti), ma per quello che accade tra noi, per la strada che ci viene offerta, e nella misura della nostra povertà di spirito.
Ecco l'esempio di una lettera di una ragazza di GS che frequenta il liceo Don Carlo Gnocchi a Carate Brianza:
«Quest’estate è stata per me molto preziosa. Ho partecipato a [diverse vacanze del movimento], eppure ho vissuto un’unità sconvolgente: non dividerei infatti la mia estate in blocchi, perché sono momenti di un unico cammino. Certo che in una gita in montagna c’è la parte nel bosco, quella sulla mulattiera e quella sulla cresta, ma tutte salgono verso la stessa vetta, tutte e tre le parti portano là. Quest’estate ho fatto un grande passo di consapevolezza, che continuo ad approfondire ogni giorno: riconosco che sto camminando su una strada. Non una strada che inizio io, ma una strada già sterrata da qualcuno prima di me, come il sentiero di una gita in montagna. Sono sulla strada, ed è la gioia più grande possibile sapere che la mia vita è mossa in direzione della mia felicità, nonostante tutti gli sbagli che io posso fare. E chissà quando arriverò alla meta! Allora sì che non ci sarà paragone. Però è già un assaggio dell’arrivo. Finalmente sto cominciando a intuire cosa significhi che “chi ama la meta desidera il cammino”, e in questo cammino scopro ogni secondo di più di desiderare la meta».

Che intuizione in una ragazzina di 16 anni! Questo cammino insieme è molto semplice e concreto: si tratta di lasciar entrare la nostra amicizia, e lo sguardo che porta nella nostra vita, dentro le nostre giornate, attraverso gesti concreti: la Scuola di comunità, il raggio, la caritativa, il Fondo comune, lo studio insieme, il preparare insieme una mostra, le cene, una partita di calcio, una gita in montagna. Insomma, «condivisione e convivenza» 40 come dice il testo della Scuola di comunità.

Ce lo ricorda in modo commovente e maturo, con la sua testimonianza all'assemblea responsabili di fine agosto, Laura, una nostra amica di 28 anni, da Cuba. (Qui il testo della lettera) E siamo tutti a conoscenza delle condizioni critiche in cui versa la popolazione di questo Paese.

I tre gesti indicati da Laura – Scuola di comunità, caritativa, Fondo comune – sono gli stessi gesti che vengono proposti anche a noi qui. Presi sul serio, hanno favorito la maturazione di «una presenza nuova nel mondo», 41 secondo tutte le sue dimensioni: cultura, carità, missione.

Questi tre gesti sono il modo con cui uno tende le mani, chiede al Signore il cambiamento della sua vita, impara una misura più grande della sua, segue il cenno di un Altro.

È una cosa che i nostri amici di Cuba non hanno progettato: è semplicemente sbocciata seguendo la strada che il movimento offre a loro come a tutti noi, aderendo ai gesti proposti e nella mendicanza quotidiana a Cristo. Il frutto è un modo nuovo di abitare il mondo, che anche gli altri riconoscono.

Certi giorni a Cuba mancano i beni essenziali (proviamo a immedesimarci: non avere la corrente elettrica vuol dire – ad esempio – che non funziona il frigorifero, per cui il poco cibo che hai devi consumarlo subito. o che non puoi ricaricare il telefonino o accendere il computer, magari per giorni) e loro decidono di aumentare quantità e fedeltà al Fondo comune. Che coscienza devono avere dell’appartenenza ai loro amici e a questa storia!

Più uno ha sete di ricevere, più diventa creativo, più gli si accende la passione per il destino dei fratelli nella fede e più gli si aprono gli occhi anche su tutti coloro che incontra (come gli anziani assetati cui Laura e i suoi amici hanno portato le bibite che si erano procurati). E come ci ha detto papa Leone al Meeting di Rimini: 
«La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio».







37  Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’incontro con i moderatori delle Associazioni di Fedeli, dei Movimenti Ecclesiali e          delle Nuove Comunità, 21 maggio 2026,
38  Uno è qui, in questo istante, con il timore e il tremore dell'avvenimento che è questa realtà. E non è che un istante vale per    quello dopo, ogni istante è nuovo, l'avvenimento è il ritrovarlo! Questo è vivere la memoria. Qualunque cosa facciamo,  qualunque sia il nostro atteggiamento, pensare che quello che ci riunisce è un avvenimento, lo fa essere un'altra cosa, una cosa vivente. È l'avvenimento di questa presenza con noi. La posizione cristiana come consistenza umana è l'uomo che ha una presenza dentro lo sguardo. Si sente sempre dire: «Il movimento non è, il movimento non è…». Ma il movimento è, è questa cosa nuova che si percepisce, che si riconosce tra noi. Fossi anche il solo a riconoscerla, questo è un avvenimento per me. Perché il cristianesimo è assolutamente libertà: avviene in comunione, ma si gioca tutto nella libertà della persona. (Dall'utopia alla presenza, 315-317, 327)
39  L. Giussani, Una rivoluzione di sé. La vita come comunione (1968-1970), op. cit., p. 180.
40  L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., p. 49.
41  L. Giussani, Il centro della vita. Il fatto di Cristo e della sua permanenza (1971-1972), op. cit., p. 258.