L'interesse per il proprio "io" - (La coscienza dell'io impedita)

 

Il supremo ostacolo al nostro cammino di uomini è la "trascuratezza" dell'io.

Il primo punto, quindi, di un cammino umano è l'interesse per il proprio io, per la propria persona1, che il mio soggetto umano sia costituito, che io capisca che cos'è e ne abbia coscienza. Esso è infatti ciò che sta alla radice della totalità delle mie azioni.

L'azione, il muoversi, il “tendere-a" di un soggetto, è la dinamica di rapporto con qualsiasi persona e cosa. Se so che cos'è l'io, chi sono io, allora tutti i rapporti sono consapevolmente governabili, dominabili, determinabili da me: sono "miei". Non trascurare il proprio io significa poter dire "mio" con serietà: mia è questa preferenza, mio è quest'uomo, mia è questa donna, mio è questo bambino nato da mia moglie, mie sono le stelle.2

Il mondo, il nemico del formarsi stabile e consistente di una personalità umana.

Per poter dire “mio” con serietà bisogna esser limpidi nella percezione del proprio io. Per questo la prima preoccupazione è diventare coscienti dell'influsso decisivo, determinante, che ha su di noi quello che sinteticamente il Vangelo chiama "il mondo", e che si presenta come il nemico di ciò che è dignitoso per un io, del formarsi stabile e consistente di una personalità umana.

Se qualcuno ci schiaccia distrattamente un alluce ne abbiamo subito un risentimento, e ci ergiamo in uno sguardo minaccioso; se invece ci schiacciano la personalità, in modo tale che essa ne risulta letteralmente soppressa, o così intimidita da rimanere incapace di agire e inebetita, questo lo subiamo "tranquillamente" tutti i giorni. È per la consapevolezza di questo che vogliamo scoprire in che modo siamo influenzati e ingombrati da un a-priori o da un preconcetto derivati dalla pressione che "il mondo", ciò che ci circonda, attraverso i mass media, la scuola, la politica, ecc., esercita su di noi.

L'evoluzione di una società è tanto più definibile come "civile" quanto più porta a galla e chiarisce il valore del singolo io, della persona, non essendovi umanità se non nell'io concreto, nella persona singola. Nella nostra civiltà, nella nostra età barbarica, invece, la concezione e il sentimento dell'io sono tragicamente confusi, e l'io è declassato a puro termine indicativo: come si dice bicchiere o bottiglia, così si dice io. Dietro la fragile maschera della parola "io" c'è una gran confusione. Soltanto l'involucro di questa parola ha una certa consistenza ma, non appena essa si pronuncia, il tragitto di quel suono, "io", è tutto e solo pieno di una dimenticanza di quello che più vive e vale in noi.

Nessuna disumanità è più grande che far scomparire l'io.

La tragica, inevitabile conseguenza di questa confusione, nella quale la realtà dell'io si dissolve come qualcosa di fluttuante, ondeggiante nell'"aer perso"(di Dante), è il dissolvimento della parola "tu". L'uomo di oggi non sa dire coscientemente "tu" a nessuno. E' precisamente questa la disumanità del nostro tempo.

Il filosofo britannico Alasdair McIntyre descrive tale situazione in questi termini: 

"Gli ostacoli sociali derivano oggi dal fatto che la modernità suddivide ciascuna vita umana in una molteplicità di segmenti", 

e l'io viene ridotto a un aggregato di segmenti o frammenti, ciascuno dei quali (il rapporto affettivo, il lavoro, la religione, il riposo, il divertimento, ecc.) è governato da una sua legge, una dinamica stabilmente fissata e ineludibile (ci sono leggi per giocare al football e altre leggi per il rapporto tra un uomo e una donna, o per affermarsi nel proprio lavoro, e via dicendo): perciò è come se la realtà rimanesse tutta terremotata. "L'esito di un simile comportamento culturale e psicologico è quello di azzerare ogni costruzione in frammenti", dispersi per terra e l'uno contro l'altro in lotta. Come dopo un violento terremoto, non esiste più la casa e non esiste più il paese: esistono mucchi di sassi, brani di mura, la "gran ruina" di cui ancora parla Dante.

1Un interesse che sembrerebbe ovvio, mentre non lo è per nulla: basta guardare gli immani squarci di vuoto della coscienza e di sperdutezza della memoria che qualificano il nostro quotidiano comportamento.

2«L'uomo non può espellere dalla propria coscienza la parola “mio“, perché ad essa è legato il suo destino. Quando dici «Tu» a una persona o una cosa, analogicamente dici «Mio»: è rapporto col destino. La trascuratezza dell'io si identifica con la trascuratezza del pensiero del tuo destino, e allora l'altro, il "tu" dato all'altro o dato alla cosa, o ti fa schiavo di essa, superficiale con essa, o ti spinge a fare il padrone di essa. L'uomo non può espellere dalla propria coscienza la parola "mio", ed è questa la parola che cancella la solitudine [mentre la trascuratezza dell'io fa invadere di solitudine la nostra vita]. (Giovanni Paolo II°, Considerazioni sulla paternità).