La nostra responsabilità storica

Nel suo discorso al Meeting (Su Spotify e su YouTube)  papa Leone XIV ha richiamato due punti che toccano direttamente il nostro modo di stare nel movimento e nel mondo.  Innanzitutto ci ha chiesto di non accontentarci vivendo la nostra compagnia come un rifugio, perché la nostra «responsabilità storica» sta nel mettere  in gioco ciò che abbiamo ricevuto e rischiarlo nella realtà: vivere la comunione come una posizione dentro la storia e dentro le sfide del nostro tempo.
«Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia». E ancora: «Cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura». 29
Ed è tornato sul punto in questo modo:
«La bellezza disarmata di questo Mistero vi domanda di correre “il rischio educativo”, di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che “il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo”. E ha insistito: “Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo”. Cari amici, fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!». 29
Il cambiamento dell’umano è un miracolo, da chiedere a Dio. A noi spetta offrire la nostra vita per il compiersi del Suo disegno sugli uomini. Le medesime cose ce le dice don Giussani in un brano molto bello, tratto dall’Equipe del CLU del 1977, dove parla della missione come di un compito storico:
«Per che cosa ci è data la fede? Per la missione: siamo stati chiamati solo per questo. Noi abbiamo un compito storico, ci è stato dato il Battesimo per un compito storico: la missione, cioè rendere presente il fatto cristiano. Che duemila anni fa era quell’uomo, Cristo; adesso è la comunione nel suo nome dentro il mondo: “Dove due di voi si raduneranno nel mio nome, io sarò con loro”. La presenza è l’avvenimento della comunione fra noi, della comunità non come organizzazione, ma come attimo di vita che viene creato dai rapporti diversi tra di noi. Questa è la presenza che ha come destino tutto il mondo, ma che inizia nel luogo e nella condizione umana in cui siamo posti». 30
La presenza non è la comunità come organizzazione, ma «un attimo di vita che viene creato dai rapporti diversi tra di noi», cioè rapporti nuovi, diversi. E il destino di quella presenza è il mondo intero: il Meeting ne è un esempio clamoroso e commovente, come lo sono i nostri amici che vanno in missione nei posti più sperduti, ma il suo inizio è il luogo dove uno si trova, con i problemi e i condizionamenti che ha, e fra i due poli non c’è nessun salto, nessuna discontinuità.

La Chiesa ce ne ha indicato un esempio molto chiaro nella figura di santa Teresa di Lisieux: nel 1927, papa Pio XI proclamò lei, che non aveva mai messo piede fuori dal suo convento, patrona delle missioni insieme a san Francesco Saverio, che invece aveva passato la vita fra l’India e il Giappone. Eppure, sono insieme co-patroni delle missioni. Perché il punto non è il nostro “fare”, ma rispondere alla nostra vocazione «nella condizione umana in cui siamo posti».
«Vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli». 31
Qualcuno penserà che siamo sproporzionati al compito, e ha ragione. Ma il mandato che riceviamo non ha nulla a che vedere con le nostre forze o le nostre qualità. Cristo coinvolge nella Sua missione, attraverso la Chiesa. noi deboli perché sia più chiaro che è Lui che opera.

Guardiamo alla nostra storia: quarant’anni fa la sproporzione fra noi e questo compito era esattamente la stessa di oggi, e nessuno allora poteva immaginare quello che sarebbe accaduto alle comunità del movimento in Uganda, negli Stati Uniti, a Taiwan, in Kazakistan. Tutto è nato dall'invito che san Giovanni Paolo II ci rivolse nel 1984:
«Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore». 32

La nostra storia di questi quarant’anni è la risposta a quell’invito, che Leone XIV ha rinnovato dapprima durante il Giubileo dei movimenti 33 e poi di nuovo a noi a Rimini, invitando il movimento a essere «un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà», spronandoci a uscire «incontro a tutti!».


Il cammino di quest’anno ci ha fatto vedere che nella nostra compagnia ci sono tante esperienze di santità, più di quanto ci immaginiamo: è compito della nostra amicizia aiutarci ad alzare lo sguardo, dalle strettoie in cui ci infiliamo, annegando nelle circostanze, e dall’affanno dei nostri pesi e dei nostri progetti, verso la bellezza dell’iniziativa di Cristo fra noi, i cui segni ci ricordano che lo scopo ultimo per cui ci è data ogni circostanza è comunicare la Sua presenza, costruire la Chiesa, perché il mondo Lo conosca. Questo è lo scopo per cui siamo insieme.





29 Leone XIV, Discorso ai partecipanti al 47° “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. 
     Le citazioni di Giussani sono tratte da: L. Giussani, Il rischio educativo, BUR, Milano 2025, p. 106.
30 L. Giussani, Dall’utopia alla presenza (1975-1978), BUR, Milano 2006, pp. 123-124.
31 S. Teresa di Lisieux, «Manoscritto “B”», Storia di un’anima, Àncora, Milano 1993, p. 256.
32 Giovanni Paolo II, Discorso al movimento di «Comunione e Liberazione» nel XXX anniversario di fondazione, 29 set 1984
33 Leone XIV, Discorso ai moderatori delle Associazioni di Fedeli, dei Movimenti Ecclesiali e delle Nuove Comunità, 6 giugno 2025