Un incontro umano.
Qual è la forma caratteristica dell'avvenimento cristiano?
L'avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cui Colui che si chiama Gesù, quell'uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, si rivela significativo per il cuore della nostra vita.
Oltre il volto di Gesù, l'avvenimento cristiano ha la fattispecie di facce umane, di compagni, di gente come me e te. Così come, nei villaggi della Palestina dove non poteva arrivare, Gesù acquistava il volto dei due discepoli che mandava, arrivava sotto il volto di quei due che si era scelti. Ed era tale e quale: "Maestro, quello che Tu fai accadere l'abbiamo fatto accadere anche noi". Identico. "Il Regno di Dio è vicino. Il Regno di Dio è tra voi".
L'avvenimento cristiano è un incontro umano per cui Gesù Cristo si rivela significativo per il cuore della vita e svela l'io. Soltanto in questo incontro alla nostra vita è dato "cuore stabile":
la conoscenza dell'io, la chiarezza nella percezione dell'io, la possibilità che l'io divenga principio vero di azione, possiamo ricondurle al termine "cuore".
L'ultimo grande retore romano, Gaio Mario Vittorino, ha dato l'annuncio della sua conversione al cristianesimo iniziando con queste parole: "Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo".
E Vittorino apparteneva a una società e a una cultura in cui schiavitù e libertà erano categorie in azione aperta (mentre oggi sono in azione coperta, oscurata, che bisogna sorprendere, pena il subirla senza avvedersene).
L'avvenimento cristiano è un incontro con una realtà umana che veicola l'evidenza di una corrispondenza del divino - che si è curvato ed è entrato nella nostra vita - rispetto a quello che siamo.
Quest'incontro mi apre gli occhi su me stesso, suscita un disvelamento di me, si dimostra corrispondente a quello che sono, mi fa accorgere di quel che sono, di quel che voglio, perché mi fa capire che quel che porta è proprio quel che voglio, corrisponde a quel che sono. Come se dicesse:
"Guarda che cosa sei, e poi dimmi se io non ti corrispondo: è solo perché non ti conosci che puoi credere che io non ti corrisponda, e preferire altro come significato del tuo io".
In una sequenza del suo film Andrej Rublëv, Tarkovskij fa dire a un personaggio:
"Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, e non ce la fai più. E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno - uno sguardo umano -, ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice".
L'avvenimento cristiano si palesa, nell'incontro con la leggerezza, la sottigliezza e l'apparente inconsistenza di un volto che si intravede nella folla: un volto come gli altri, eppure così diverso dagli altri che, incontrandolo, è come se tutto si semplificasse. Lo vedi per un istante, e andando via porti dentro di te il colpo di quello sguardo, come dicendo: "Mi piacerebbe rivederla quella faccia!". È la descrizione migliore del "perché" ci siamo mossi verso questa compagnia e ci siamo trovati in essa.
Noi siamo qui per un incontro fatto
(messaggio e annuncio cristiano sono sinonimi della parola "incontro" e dell'avvenimento cristiano come incontro). Dall'istante di quell'incontro il cristianesimo non ha più avuto lo stesso significato di prima: qualcosa d'Altro si è svelato come importante per il cuore della vita. Quel momento ci ha fatto intuire che questo Altro riguardava la vita: era una forma finalmente persuasiva, ragionevole, perseguibile, e forse amabile, di qualcosa che ci era stato detto prima, ma che era arido, pietra, senza possibilità di comprensione, estraneo a noi.
"Devi vivere per un altro, se vuoi vivere per te stesso" diceva Seneca. Se vuoi vivere per te stesso, e scoprire la consistenza e la dignità di te, devi percepirti attraverso la presenza di un altro, devi vivere per un altro.
Ma chi è quest'altro per cui puoi vivere? O lo scegli tu - e allora scegli ancora te stesso e un tuo criterio, e non un altro -, oppure ti si impone, e allora sei schiavo, sei un captivus.
In un solo caso la frase di Seneca è vera, degna dell'umana libertà: se questo altro è ontologicamente tramite al tuo destino. Puoi vivere per te stesso vivendo per un altro solo se quest'altro ti raccorda col tuo destino. Altrimenti ti disfi, ti sfai, distruggi te stesso.
Normalmente siamo obbligati a vivere per un altro che ci si impone, vale a dire per il potere (il potere madre-padre, il potere sposo-sposa, il potere ragazzo-ragazza, il potere dell'insegnante, il potere della polizia, il potere dei grandi potentati economici, il Potere).
Il
Potere, questo è il nemico degli occhi e del cuore, e della bocca
che esprime in parole il cuore.
Non c'è alternativa: o l'altro
lo scegliamo noi, e allora scegliamo ancora noi stessi - e
affonderemo nel baratro della nostra inconsistenza - o ci si impone,
e allora siamo schiavi del potere; oppure, e questo è giusto,
viviamo per un altro che - ontologicamente -per la natura del suo
essere- è tramite, cioè strada, al nostro destino. E Uno solo ha
detto: "Io sono la via", e non: "Io vi indico la
via".