Un avvenimento: l'unico fattore che può rendere consistente l'"io".
L'unica risposta che può rendere chiaro e consistente l'io nei suoi fattori costitutivi è un avvenimento. Ed è un paradosso che nessuna teoria – filosofica, sociologica o politica - riesce a tollerare: che il catalizzatore che permette ai fattori del nostro io di venire a galla con chiarezza, e di comporsi davanti ai nostri occhi e alla nostra coscienza con limpidità ferma, duratura, stabile, non sia un'analisi o una registrazione di sentimenti,, ma un avvenimento.
Solo un avvenimento è ciò che rende l'io soggetto adeguato di un'azione che "porti" il mondo.
Le azioni dell'uomo si chiamano "gesti". Di un animale non si può dire che compia "gesti".
La parola "gesto" deriva dal latino “gerere”, portare, e indica il rapporto con la realtà in quanto afferma, porta (gerit) un significato. La libertà, la non schiavitù, e perciò la dignità nel tessere un rapporto con la realtà, ci viene dalla chiarezza sui fattori del nostro io (l'io è il soggetto segreto di ogni azione, di ogni tendenza ad afferrare, ad affermarsi, a realizzarsi). E questa chiarezza non può venire da una nostra riflessione, ma solo da un avvenimento: è un avvenimento che porta questa chiarezza.
Diceva Péguy in Notre Jeunesse:
"Quello che c'è di più imprevisto è sempre l'avvenimento":
un avvenimento è "qualcosa" che s'introduce improvvisamente, non-prevedibile (imprevisto in quanto, per sua natura, imprevedibile), non-conseguenza di fattori antecedenti. La parola più accostabile ad "avvenimento" è infatti "caso", una parola "che definisce qualcosa il cui accadere non si spiega ai nostri occhi, qualcosa di puramente e ultimamente casuale per la nostra ragione. Un avvenimento è tale proprio in quanto è inafferrabile, ha qualcosa che sfugge alla nostra capacità di comprensione.
Ciò che ha il potere di chiarirmi a me stesso è qualcosa che penetra nell'orizzonte e nell'atmosfera della mia esistenza come un meteorite strano, estraneo, senza che io lo possa prevedere e capire, che fa scattare - come un fiammifero che s'accende - la luce sulla verità di noi stessi.
È per l'intrusione di questa "cosa" non afferrabile dalla nostra ragione, non dominabile dalla nostra misura, che supera e spacca tutte le nostre misure, non riconducibile ai nostri pensieri, ed estranea, che nelle tenebre della nostra esistenza inizia a introdursi una luce sulla verità di noi stessi e nella confusione prende a stabilirsi un ordine, e cominciano a nascere un'attrattiva e un'affezione verso di sé, una tenerezza e una compassione possibili verso gli altri, una serietà riguardo ai programmi dell'oggi e del domani.
Dice il critico francese Finkielkraut nel suo libro su Péguy, commentando la frase da noi prima citata:
"Un avvenimento è qualcosa che irrompe dall'esterno. Un qualcosa di imprevisto. È questo il metodo supremo della conoscenza [conoscere è trovarsi di fronte a un nuovo, a qualcosa di estraneo a sé, di non costruito da sé]. Bisogna ridare all'avvenimento la sua dimensione ontologica di nuovo inizio. È una irruzione del nuovo, che rompe gli ingranaggi [delle cose già stabilite, delle definizioni già date], e mette in moto un processo".
La parola avvenimento è dunque capitale per ogni tipo di conoscenza. 3
Così è per la conoscenza del proprio io. Il processo per cui l'io incomincia a prendere coscienza di sé - ad aver tenerezza verso se stesso, a prender nota del destino a cui sta andando, del cammino che sta facendo, dei diritti che ha, dei doveri che deve rispettare, della sua fisionomia intera - è un avvenimento - "una irruzione del nuovo" - che mette in moto, e dà inizio al processo per cui un uomo incomincia a dire io con dignità. E se un altro lo trattasse senza rispettare tale dignità, se volesse in qualche modo schiacciarlo, tenerlo schiavo, usarlo come "cosa" sua, egli insorgerebbe, poiché sentirebbe tutto ciò come la peggiore violenza.
3Me ne andavo, anni fa, su un sentiero della Val Gardena che sale sul monte Pana, vicino al Sasso Lungo. Davanti a me c'era un giovane che continuava a guardar per terra e a raccogliere un sasso qui, un sasso là. Raccoglieva fossili, quella zona infatti ne era molto ricca. Ecco, quando quel giovane s'imbatteva in un sasso con la sagoma accennata di un fossile, faceva una "scoperta": un avvenimento entrava nella sua vita e gli faceva conoscere qualcosa di più.
L'avvenimento cristiano.
Abbiamo detto della confusione che, favorita dal potere, domina nella nostra società a riguardo della coscienza dell'io, che è l'ultima cosa cui un uomo immagina di dover pensare. Pensate ad un tram carico di gente: nessuno ha la coscienza del proprio io, se glielo chiedete restano così inebetiti, o scandalizzati, da "ridervi dietro".
Abbiamo anche detto che ciò per cui questo io confuso e contraddittorio, ondeggiante nell'aria, può esser chiarito e reso cosciente di sé, è un avvenimento, perché è solo un avvenimento che può mettere in moto il processo per arrivare alla coscienza e conoscenza di sé. La categoria di "avvenimento" è dunque capitale tanto per la conoscenza dell'io come per ogni tipo di conoscenza.
Ma quello che ci interessa capire è la parola "avvenimento" come unica categoria che possa definire che cos'è il cristianesimo: il cristianesimo è un avvenimento.
È l'avvenimento cristiano infatti ciò che rende possibile una chiara e stabile percezione dell'io, al di fuori dell'avvenimento cristiano non si può capire che cos'è l'io. E l'avvenimento cristiano è qualcosa di nuovo, di estraneo, che viene da fuori di noi, qualcosa di non pensabile, non supponibile, non riconducibile a una ricostruzione nostra, che fa irruzione nella vita.
"Non aveva bisogno di noi. E anche Gesù non doveva che starsene ben tranquillo in cielo - dice Péguy, in Clio - prima della Incarnazione, prima della Redenzione. È venuto. È venuto perché l'uomo è venuto. Quanto bisogna che questo io umano sia grande, amico mio, per aver spostato tanto mondo, disturbato tanto mondo, così gran mondo, il mondo dell'infinito.
Un Dio, amico mio, Dio si è disturbato! Dio si è sacrificato per me".
Dio è diventato avvenimento nella nostra esistenza quotidiana: questo è il cristianesimo.
"Di fronte alla scristianizzazione del mondo moderno, Péguy non si pone il problema di un ammodernamento del linguaggio e tanto meno dei contenuti della fede cattolica. L'unica risposta possibile da parte dell'uomo alla scristianizzazione è il desiderio che il cristianesimo riaccada come avvenimento. Un avvenimento dentro al reale così come ci sfida tutti i giorni" (Il Sabato, 20 giugno 1992).