Non possiamo concepire Cristo non incarnato
“Non incarnato” vuol dire non dentro il linguaggio, la sintassi, il gioco di sensibilità, le urgenze, le passioni, le aderenze, i gusti e le ripugnanze propri di quel popolo. Analogamente non può esistere un cristiano se non dentro alla trama in cui Dio lo mette, trama storica e sociale, momento storico e contesto sociale.
Non si può concepire un cristiano o una realtà Cristiana se non dentro i problemi del suo momento storico o della società in cui vive; i due fattori non si possono separare. Si tratterà di flessioni diverse a seconda delle funzioni che si hanno, ma anche la suora di clausura non sarebbe Cristiana se non partecipasse al momento storico in cui è, alle urgenze della società in cui vive: l'autobiografia di Santa Teresa del Bambin Gesù è molto significativa da questo punto di vista.
Non si può concepire un uomo al di fuori dei problemi, perciò il disagio che sempre questo tipo di questioni ci ingenera è dovuto non all'astrattezza, allo spiritualismo inutile, emotivo o teorico di certa parte della Chiesa, ma alla nostra non umanità.
E' la rigidezza, è l'aridità, è il deserto, è l'indifferenza, è la pesantezza della nostra umanità il problema: non siamo vivi come uomini. Questo tipo di disagio nasce solo da lì, perché la carne e le ossa, con quello che c'è dentro e quello che viene fuori, appartengono alla definizione del cristiano.
Un orizzonte escatologico che non abbia incidenza, mordenza, capacità di motivare e di modulare, di cambiare il contingente, è inutile.
Questa è la figura dell'uomo Cristiano:
consapevole dei suoi limiti e della sua precarietà non toglie neanche un capello, neanche una goccia del suo sangue all'impegno nella soluzione dei problemi, perché tale è il suo supremo dovere.
E' il concetto di missione.
Il concetto di incarnazione potrebbe avere come sinonimo il concetto di missione. Il supremo dovere del cristiano è la missione, vale a dire la mediazione, dentro il problema umano in cui si trova, di quella partecipazione alla vita eterna che gli è donata, mediazione che non può esistere se non dentro un problema.
Nella precarietà indomabili.
Perciò, a questa visione realistica della storia, alla notazione della contingente e della precarietà del nostro sforzo, si oppone una energia, una volontà di dedizione, una indomabilità che la Bibbia e il Vangelo indicano con termini metaforici estremamente interessanti: la vita come milizia, come lotta, come cammino, come ricerca, come tensione.
Sarebbe un atteggiamento assurdo se non avesse la sua motivazione nella certezza della redenzione che il Mistero opera proprio attraverso la meschinità e la precarietà dei nostri sforzi. Ma tra i nostri sforzi, tra l'esito dei nostri sforzi, tra le soluzioni dei nostri programmi e quella Redenzione finale c'è un salto qualitativo. Per questo non c'è nulla di più anticristiano che concepire la vita come qualcosa di comodo o di soddisfatto, non c'è niente di più anticristiano che concepire la vita come una possibile felicità contingente terrestre, come per esempio nell'illusione progressista”.
(L. Giussani, Un volto nella Storia, Cap.1- par. 5 La vita come tensione, e par. 6 Nella precarietà indomabili.)