Lo Stupore e le regole: l'incontro con Cristo / o la schiavitù da ogni cosa
Cristo è un evento, un avvenimento, un fatto, che innanzitutto riempie di stupore.
"Il vero dramma della Chiesa, che ama definirsi moderna (i cristiani che vogliono essere moderni) è il tentativo di correggere lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole".(È una mirabile frase di Giovanni Paolo I°: quel suo mese di pontificato sarebbe stato provvidenziale anche solo per questa osservazione, di cui non si trova altrove l'equivalente).
L'irruzione di qualcosa di imprevedibile e di imprevisto - un avvenimento - desta innanzitutto stupore. E lo stupore è l'inizio di una reverentia, di un rispetto, di un'attenzione umile. Come in un bambino posto di fronte a una situazione nuova: in lui istintivamente si desta un senso di stupore e di rispetto umile e un po' timoroso. Chi si sottrae allo stupore dell'avvenimento, e all'attenzione, alla venerazione, alla curiosità rispettosa e umile che l'avvenimento istintivamente suscita, diventa schiavo di regole. Chi tenta di sottrarsi all'avvenimento si fa inevitabilmente schiavo di regole.
Questo spiega molto bene la caratteristica del soggetto umano creato dalla mentalità moderna: grumo di segmenti, di particelle e di brandelli. Ognuno di questi brandelli sussiste e procede perché segue delle regole: le regole dell'ufficio, della famiglia, le regole anche dell'andare in chiesa o in parrocchia. Quando ci si sottrae allo stupore, alla luce e al calore che l'avvenimento di Cristo accende, e in cui soltanto emerge la faccia o l'unità dell'io nei suoi vari aspetti (che arricchiscono l'unità e non la deprimono), non si può evitare di assoggettare la propria vita, segmentata, alla schiavitù di regole.
Cristo ha dato la vita per salvare l'uomo dal fariseismo, dalle regole dei farisei. Eppure nessuna epoca, dopo di Lui, è stata più farisaica della nostra, non c'è mai stato un farisaismo così determinante tutta la società: è il farisaismo in cui il calvinismo puritano sempre scade; ed essendo oggi "al governo" nello Stato economicamente più potente, influisce anche culturalmente su tutto il mondo.
O prendiamo in considerazione con serietà l'avvenimento di Cristo, che ci libera, o scegliamo di esser schiavi di regole o di convenienze sociali, tali che in un certo ceto sociale possono invalere determinate convenienze, mentre in un altro ne invalgono altre (così, se le orge sono fatte dal popolo sono cose riprovevoli, se sono fatte da chi domina il popolo e dai ricchi, allora vanno benissimo).
Bisognerebbe fermarsi a lungo di fronte alla frase citata di Giovanni Paolo I, perché non è reperibile altrove un giudizio così acuto, che giunga così alla radice del danno dell'uomo di oggi, schiavo di regole. Schiavi, cioè senza più personalità (non esiste più l'io).
Come al tempo degli antichi Romani,( pur civilissimi per il diritto che hanno creato, che può essere considerato il più evoluto nella storia dell'Occidente). Nei loro testi di diritto è sancita la differenza tra liberi e schiavi. Gaio diceva che solo il civis romanus era l'uomo vero, che viveva la pienezza dei suoi diritti ed era libero. Gli altri non avevano pari diritti, erano schiavi. Anche i liberti, che si trovavano in posizione intermedia, non riuscivano a raggiungere la totale libertà di cui godeva il civis romanus. Solo il civis romanus aveva il diritto di possedere: poteva possedere "cose" che non si muovono e non parlano (gli oggetti); oppure "cose" che si muovono e non parlano (gli animali); ma aveva anche diritto a possedere "cose" che si muovono e parlano: gli schiavi.
È la parola "cosa" il denominatore comune di tutt'e tre le categorie citate.
Senza che quell'avvenimento venga preso in considerazione e intervenga e catalizzi la forza e la verità del nostro io, noi - noi ora - veniamo guardati e trattati da chi ha il potere (di qualunque potere si tratti) con lo stesso criterio con cui Gaio descriveva la triplice categoria di ciò che rientrava nel diritto al possesso del civis romanus, cioè come "cose".
Un uomo può aver potere anche soltanto in una sala da ballo, ma tratterà chi "sta sotto" di lui col criterio descritto da Gaio. E, ultimamente, questa riduzione ad animale o a "cosa" si può sorprendere anche nel rapporto di una madre col proprio figlio: se quell'avvenimento non incide su di lei e non significa niente per lei, una madre tende a possedere suo figlio.
Ognuno, se quell'avvenimento non penetra nella sua vita, nell'ambito in cui esercita un potere rende schiavi gli altri. O, nella misura in cui non ha potere, è reso schiavo.
L'avvenimento cristiano, penetrando nel nostro orizzonte, fa affiorare e accende nella nostra vita tutta una drammaticità, che altrimenti non ci sarebbe. Non si può dire "io" infatti senza "pagare" qualcosa, da una parte un'esigenza strana che ci destina a una fatica, che introduce una sofferenza, dall'altra un desiderio di felicità e di gioia che prende corpo, normalmente soffocato nella distrazione.
Facilmente chi pure si è accorto di questo avvenimento sceglie di dimenticarsene, poiché inquieta, disturba, e preferisce abbandonarsi alla confusione, oppure oscillare nell'"aer perso" come una foglia staccata dall'albero (secondo l'immagine della poesia di Arnauld 4).
4Staccata dal fusto, /povera foglia secca, /dove vai tu? - Non lo so./ La tempesta ha spezzato la quercia / che solo era il mio sostegno. /Col suo soffio incostante /lo Zeffiro o l'Aquilone / da quel giorno mi spinge /dalla foresta alla pianura,/dalla montagna alla valle./lo vado ove il vento mi mena /senza compatirmi o spaventarmi, /vado ove va ogni cosa...