L'inizio di un soggetto nuovo.

 L'avvenimento cristiano - come ogni avvenimento - è l'inizio di qualcosa che non c'è mai stato prima: è un'irruzione del nuovo che mette in moto un processo nuovo. L'irruzione del mistero di Dio fatto uomo nella nostra storia umana e personale dà inizio a un soggetto nuovo. Perciò, per quanto poca attenzione sincera, meravigliata, sorpresa, noi abbiamo fatto e facciamo all'incontro in cui questa grande presenza ci ha raggiunti, qualcosa di nuovo si è mosso in noi. Può rimanere magari sottile, "tubercolotico" e senza eccessiva vitalità per tanto tempo, però qualcosa si è mosso e non si ferma: se è richiamato, se siamo in compagnia, cioè dentro la modalità con cui qualcosa d'Altro entra nella nostra vita.

La comunità dei credenti, la modalità con cui Cristo si rende presente alla nostra vita di uomini, l'ambito dove l'incontro col mistero di Dio fatto uomo accade è una compagnia fatta di coloro che Egli sceglie e che Lo riconoscono E al momento dell'incontro iniziale non si sa quello che accade, non si sa di quella grande presenza, non si sa che è l'incontro della vita. Ma con l'andar del tempo, se si rimane, in qualche modo, fedeli a questo volto esteriore che ci ha messo in contatto con Cristo, in cui la presenza di Cristo ci ha toccati, ci ha mossi, ci ha provocati, allora tutto si chiarisce.


"Questa cara gioia”, quella sicurezza strana, piena di letizia, “sopra la quale ogni virtù si fonda”, su cui si fonda l'energia con cui un uomo attua se stesso ("ogni virtù") e a partire da cui incomincia a svilupparsi un impegno con la vita, “onde ti venne?": viene da quel momento in cui un avvenimento ci ha fatto incontrare qualcosa d'altro che si è rivelato corrispondente al nostro destino.

L'avvenimento cristiano è l'inizio di un nuovo modo di vivere questo mondo, mette in moto una concezione e una manipolazione nuova della realtà che dà alla realtà una forma più umana, più vera, così che la realtà e l'uomo diventano sempre più una cosa sola: "Amore amore, omne cosa conclama" dice Jacopone da Todi in uno dei versi più belli della letteratura italiana, tutto grida insieme "amore", che è l'impeto che caratterizza l'essenza dell'uomo esistente, il moto del cuore umano.


Questo "lavoro" (si chiama lavoro l'applicazione dell'umana energia alla realtà) è creato e rilanciato nella sua esattezza e precisione dall'irruzione dell'avvenimento di Cristo nella nostra esistenza.


Noi siamo chiamati a questo "lavoro" ogni giorno.

"E noi che di notte vegliammo attenti alla fede del mondo, protesi al ritorno di Cristo or verso la luce guardiamo", dice un Inno delle Lodi. Nella notte in cui tutti affondano, nella notte d'incoscienza del mondo - "tenebra sopra l'abisso", dice Eliot parlando di un mondo in cui l'uomo, come coscienza, è spaccato, rotto, bloccato, disperso, dalla sua incapacità - noi vegliamo: ci è stata data una luce che illumina dall'intangibile profondità del cuore fin l'ultimo orizzonte degli occhi: un'esperienza che si può e che siamo chiamati a fare, nella quale si riverberi la risurrezione finale.


Ogni giorno siamo chiamati a sperimentare quest'urto sottile e discreto di risurrezione: abbiamo uno spunto di luce, una volontà di conoscere, un impeto di bene gratuito, una passione per il destino degli uomini e delle cose - come proiezione dell'amore al proprio destino -, in cui lentamente, col tempo che passa, tutto viene abbracciato e coinvolto, fino a giungere al culmine di cui Gesù ci dà l'esempio. "Guardate il piccolo fiore del campo, l'uccello del cielo, di cui il Padre sa. Anche i capelli del vostro capo sono numerati". "Ha un valore eterno - una ridondanza eterna - anche una parola detta per scherzo". Come sarebbe giusto che in noi fosse il più possibile vibrante e intensa l'arditezza o l'acume di questa coscienza di sé e delle cose che implica l'eterno!

Alla fine di un anno scolastico andai a una cena con una ventina di miei scolari. Al termine della cena si misero a ballare. Seduto, li osservavo in quella spontaneità suggestiva, non ancora del tutto turbata, d'una prima giovinezza. Dalla mia posizione vedevo quest'espressione viva e piena di speranza inconscia di umanità. A un certo punto fermai la danza e dissi:

"Sapete qual è la differenza tra voi e me? La differenza è che io godo del vostro ballare, come fossi parte del gioco, e vi lodo per la leggerezza e la precisione con cui ballate, e anche per il rispetto che avete gli uni verso gli altri; però in me c'è come un pensiero che dal fondo del cuore s'erige, con cui vi guardo abbracciandovi: è una tristezza, una tristezza buona e ultimamente piena di speranza, che voi non avete e non conoscete. È la tristezza dettata dal limite, dal limite perciò anche di quello che fate! Perché tra qualche ora sarete a casa e, distratti, confusi, assonnati; normalmente dopo questi momenti si va a casa tristi. Non però della tristezza con cui io, ora, vi parlo. La mia tristezza è un giudizio, è un amore: è un giudizio sul limite delle cose e sull'apertura senza limite del destino, a cui anche questo ballo è, deve essere, un passo - anche questo ballo dev'essere un passo verso la conoscenza e l'amore al vostro destino, verso la bellezza che vi affascina e vi attira, la felicità da cui volete essere riempiti, la perfezione cui siete destinati -. Mentre la tristezza di quando sarete soli è come una mano - la mano del limite - che vi prende alla gola e da cui non sapete come liberarvi".

“Solo se l'avvenimento cristiano entra nella vostra esistenza potete avere una percezione stabile, intera e vera di voi stessi e di ciò che vi circonda, e vivere una positività che non ha bisogno di dimenticare nulla per affermarsi". Questo però non lo dissi loro che dopo qualche tempo; quell'occasione fu infatti l'inizio di un'amicizia che non solo è durata, ma ha dato anche grandi frutti. Eppure Cristo, l'avvenimento cristiano, era già entrato nella loro vita, perché li aveva afferrati nel Battesimo.

Ma il Battesimo afferra il fondo dell'io - in termini filosofici si dice l'ontologia, la natura ultima del nostro essere -, là dove l'io non "sente", non può prendere con le mani, non può misurare con gli occhi. Questo mistero iniziale - il Battesimo - si rivela nel suo valore, diventa avvenimento mobilitante, quando l'incontro con una certa realtà umana entra a colpire la nostra intelligenza e affezione, a muovere e commuovere qualcosa che non si era mai mosso e commosso prima, e ci fa trovare, per questo "movimento" nuovo, quasi automaticamente insieme ad altri. E nel rapporto con essi si mantiene e si riproduce continuamente quell'inizio, diciamo "emotivo" (nel senso etimologico), cui nessuno che l'abbia sperimentato può sfuggire, poiché la verità è qualcosa che, quando appare, anche per un fuggevole istante, colpisce per sempre.

Negli anni di insegnamento al liceo, durante la lezione, tutti gli alunni, senza distinzioni, erano attenti. E io dicevo loro: "Mentre parlo, voi siete colpiti dalla verità di ciò che dico e senza che ve ne accorgiate siete lì con la bocca aperta a sentire. Se avete da contraddire, se avete qualche ragione contro (erano infatti tutti avversari accaniti), ditemela. E se non l'avete, perché non aderite a quel che vi dico?". La verità, come appare, colpisce per sempre. Solo quando la memoria dell'uomo - la grande facoltà attraverso cui tutto è abbracciato e approfondito - diventa "necrofora", è solo allora che sembra di poter nascondere sotto palate di terra (cioè di distrazione) il vero che si è intuito nell'avvenimento di un incontro.