Essere certi di alcune grandi cose.

Essere certi di alcune grandi cose

«Allora, è la lotta che ci tiene svegli, e questa lotta è la trama normale della vita: ci tiene svegli, cioè ci matura la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza o la nostra dignità, che è un Altro.

Un intervento ha affermato: "Il fatto del referendum (quello sull'aborto del maggio 1981) poneva una richiesta storica alla nostra fede": la nostra fede è stata provocata a rischiarsi, a paragonarsi, a confrontarsi, perciò è stata provocata questa lotta, la lotta dentro questo fatto.

Ma non può essere una cosa eccezionale: ogni cosa è un fatto che pone una richiesta storica alla nostra fede. Che ti alzi al mattino e non hai voglia di andare a scuola o di andare a lavorare, che incontri la tua ragazza e la trovi col muso, questi sono fatti che pongono una richiesta storica alla tua fede; come alla mattina, quando ti sveglierai e non sentirai voglia di stare con tua moglie (o viceversa), oppure quando sentirai sulle spalle il peso dell’ambiente di lavoro, questi saranno fatti che porranno una richiesta storica, vale a dire esistenziale, alla tua fede.

Questo deve diventare quotidiano, perché la fede è la consistenza della coscienza del mio io, della mia persona: senza queste poche grandi cose, cosa sono io? Una reattività che cerca di destreggiarsi, di sopravvivere o di imporsi fino a quando restano delle energie.

Quindi la fede (le «alcune grandi cose» sono la fede) deve giocarsi, rischiarsi, confrontarsi con tutto ciò che accade, e perciò con la trama delle circostanze, anche con la più banale, si tratti delle quattro mura della propria casa o dei quattro muraglioni del grosso capannone dello stabilimento, del rapporto con la ragazza, o dello studio o del proprio domani o di una propria opinione in campo politico o quel che volete voi («Renderete conto di ogni parola detta per scherzo»: più capillare di così, se mòre). Questa lotta è proprio ciò che sveglia la vita, che rende viva la vita; e la vita è questa guerra, la guerra ideale.

(…) Il malanno grave, il pericolo è il problematicismo, «quando il quotidiano, le circostanze, ciò che accade, si presenta come obiezione a quello che sei », che mi chiede di sospendere la certezza. Dico di essere cristiano e vorrei anche essere cristiano, ma le circostanze quotidiane fanno obiezione a questo: allora uno esce, cerca di uscire dal quotidiano, per conservare una certezza (il quotidiano è una cosa, la fede un'altra cosa, quelle alcune grandi cose non c’entrano col quotidiano); e allora la fede non cresce più, perché la fede cresce rischiando nel quotidiano.

Badate che il punctum dolens non sta nel fatto che ciò che accade si presenti come obiezione a quello che siamo, ma che questa obiezione riesca».


(Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose, pag. 379-403)